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Le donne di Mucha, simboli di una femminilità iconica che va oltre la bellezza

volto di donna col capo ornato di fiori al centro di un disco decorato con foglie e steli vegetali
Alphonse Mucha, RÊVERIE, 1897, litografia a colori, Collezione privata.

Quando si scrive delle donne, bisogna intingere la penna nell’arcobaleno”, scriveva il filosofo francese Diderot nella seconda metà del ‘700. Tale frase potremmo sicuramente declinarla artisticamente parlando del pittore ceco Alphonse Mucha, che intingendo i suoi pennelli in tavolozze ricche di colori pastello, atmosfere vellutate ed eleganza austro-ungarica di fine Ottocento, ha reso omaggio alle donne in tutta la loro essenza, eternando i soggetti femminili delle sue opere quali icone di bellezza e grazia universali, simboli dell’eleganza liberty in tutto il mondo.


Si conclude proprio in questi giorni la mostra a lui dedicata a Palazzo Bonaparte a Roma, interamente curata da donne, cosa che lo avrebbe certamente entusiasmato, dato che anche lui, come l'altro grande mostro sacro dell’Art Nouveau europea, Gustav Klimt, ha sempre privilegiato nelle sue opere la figura femminile, fonte costante di ispirazione estetica. Entrambi appartengono ad un periodo, quello dell’Europa fin de siècle, e ad un territorio, quello dell' Impero austro-ungarico, che vedono pian piano cambiare il volto femminile della società, con un progressivo desiderio di evoluzione che condurrà ai movimenti suffragisti di Emmeline Pankhurst per il voto alle donne nei primi decenni del ‘900 e ad una nuova presa di coscienza dei diritti e del potere femminile a livello artistico, oltre che sociale e politico.

Grandi personalità di donne si affermano in questo periodo in vari campi, dall’arte, con figure di intellettuali mecenati quali Gertrude Stein a Parigi e Adele Bloch-Bauer a Vienna, al teatro, con attrici del calibro di Sarah Bernhardt ed Eleonora Duse, alla danza, con Isadora Duncan, Ruth Saint Denis e Loie Fuller, che hanno svincolato l’arte coreutica dalle regole classiche, aprendosi verso tendenze espressive più libere e moderne.

A differenza di Klimt però, per cui la donna è madre, divinità ancestrale e creatrice, ma allo stesso tempo femme fatale, altera ed enigmatica, che conduce l’uomo alla distruzione, le donne di Mucha non hanno bisogno di ribaltare i ruoli prestabiliti per secoli per affermare sé stesse. O meglio lo fanno, ma senza violenza. Dimostrano il loro empowerment rivendicando la loro dolcezza e femminilità.

Perchè si può essere forti pur restando gentili e aggraziate.


Le donne di Mucha sono figure armoniose e sognanti, dalle linee flessuose, i capelli fluenti, le vesti leggere e i corpi circondati da elementi vegetali. Creature a metà strada tra ninfe, fate ed esseri elfici delle antiche leggende bretoni. Forse le stesse che l’artista aveva conosciuto nei suoi frequenti viaggi in Bretagna, terra intrisa di cultura celtica e tradizionale, che attrarrà, a partire dal 1890 circa, intellettuali e pittori alla ricerca di valori più autentici e genuini rispetto alla Francia della belle époque, come avverrà per Gauguin, che, al pari di Mucha, approderà nel piccolo villaggio francese di Pont-Aven, sulle coste atlantiche della Bretagna, prima di fuggire in Polinesia.

Le donne di Mucha sono belle, floride, sensuali eppure innocenti, in grado di stregare lo spettatore con il loro fascino magnetico e di confortarlo al tempo stesso con gli occhi sereni e l’espressione benevola. Al contrario delle tagliatrici di teste del collega Klimt o di quelle peccaminose di Toulouse-Lautrec, le donne di Mucha sono forti, ma non hanno bisogno dello sguardo dell’uomo per emergere, perché consapevoli della propria superiorità. Sono creature in costante contatto con la natura, “forze creative generatrici di nuove creature”, per definirle con le parole dello stesso Mucha, che le vede come un mezzo per entrare a contatto con una grande quantità di pubblico e continuare quindi la loro missione creativa. L’artista predilige infatti soggetti esteticamente piacevoli e universali quali le stagioni, i fiori, le ore del giorno, le pietre dure, che omaggiano la bellezza poetica e gli armoniosi meccanismi della natura, tema prediletto da artisti, architetti e designer di tutta l’Art Nouveau. Concetti semplici e comprensibili da tutti, in grado di arrivare alla psicologia di chi guarda e di trasmettere un messaggio spirituale allo spettatore, elevandolo.

Le forme aggraziate del corpo femminile e le sinuose linee della natura, spesso corredate da motivi ad aureola o a ferro di cavallo di ispirazione bizantina, servono a guidare lo sguardo dell’osservatore verso il punto focale della composizione: la Bellezza secondo l’artista.


Giunto a Parigi nel 1887, Mucha si fa inizialmente conoscere grazie alle sue illustrazioni per riviste e libri, ma nel 1894 ottiene l’incarico che gli cambierà la carriera, facendolo decollare nel firmamento dell’arte e rendendolo uno dei più celebri artisti Art Nouveau, ovvero la realizzazione del manifesto teatrale per Sarah Bernhardt nella pièce Gismonda. Donna affascinante e intelligente, l’attrice più bella e famosa dell’epoca, non a caso soprannominata “la Divina”, rimane colpita dall’originalità delle sue composizioni a grandezza naturale, caratterizzate da contorni fluidi ed eleganti e delicati colori pastello, e affida a Mucha la sua immagine, rendendolo popolarissimo. La potenza dell’opera di Mucha risiede soprattutto nella capacità di ritrarre l’anima dei personaggi che la Bernhardt deve interpretare: i suoi manifesti non sono semplicemente somiglianti alla sua musa, ma trasmettono l’immagine che l’attrice aspirava a portare sul palco.

Possedeva una tale espressività e nobiltà classica...e poi c’era quella singolare magia in ogni sua movenza. Ogni tratto del suo viso, ogni movimento dei suoi abiti era profondamente legato alla sua spiritualità”. Così descrive la Bernhardt lo stesso Mucha, trasformando l’attrice in un’icona eterna di bellezza, per cui realizzerà costumi, gioielli e scenografie.


L’attrice assume una fama internazionale, i produttori di profumi, di champagne o di biciclette fanno allora la coda davanti alla porta di Mucha. Le sue donne ieratiche, incorniciate da contorni grafici dinamici e colorati, copriranno tutti i muri di Parigi, evocando atmosfere seducenti, affascinando lo spettatore con forme che traggono nutrimento dai dipinti Preraffaelliti, dalle xilografie giapponesi, dagli elementi naturali, dalle decorazioni bizantine e dalle tradizioni slave ben note all’artista, a cui si sommano le nuove conoscenze scientifiche sui meccanismi della percezione visiva, che Mucha trasmuterà in raffinate teorie su come incantare l’osservatore. I suoi manifesti litografici, che attraverso le sue donne pubblicizzavano il cioccolato, i profumi e i liquori parigini, non solo resero popolare l’arte grafica, anticipando i principi del design moderno e della pubblicità, già battezzata con le affiches di Toulouse-Lautrec, ma trasformarono il linguaggio visivo del suo tempo, con un forte impatto sulla psicologia del pubblico e sul concetto di bellezza femminile nell’immaginario collettivo dell’epoca.


Con i suoi manifesti l’artista ceco rinnova l’immagine universale della femminilità, proponendo una donna assolutamente nuova, raffinata e vera, forte ed enigmatica, capace di catalizzare lo sguardo pur rimanendo pura e signorile.

Donne, quelle di Mucha, che possono diventare anche simbolo di liberazione e di amore per la propria patria e cultura d’origine.

Tutto ebbe origine quando, con la fortunata partecipazione all’Esposizione Universale di Parigi del 1900 con diversi progetti, tra cui gli incarichi per Houbigant, antica e prestigiosa profumeria francese, e per il famoso gioielliere Georges Fouquet, Mucha accettò, quale artista ufficiale dell’Impero austro-ungarico, di allestire il padiglione della Bosnia–Erzegovina, per il quale creò decorazioni ispirate al folklore e all’artigianato locale, valorizzando l’identità culturale di queste terre .

Sarà il seme che nel 1910, dopo venticinque anni, quando ormai l’artista avrà lasciato Parigi per tornare in patria con la sua famiglia, maturerà nella sua Epopea slava, ciclo pittorico che sostiene la liberazione della Moravia dal giogo dell’Impero austriaco, in cui potrà finalmente mettere la sua arte al servizio dell’obiettivo che lo aveva accompagnato da sempre.


Nella composizione di manifesti e dipinti a tema ceco la donna resta centrale, ma è adesso un’icona spirituale, rivestita in abiti cerimoniali tradizionali, con il compito di ispirare e unire i popoli slavi nel perseguimento di obiettivi politici comuni. Le donne si fanno allora portavoci dell’ “anima della nazione”, in grado di muovere insieme le forze verso la liberazione di un popolo. Icone di libertà ed autodeterminazione, non solo per la propria identità di genere, ma per quella di un intero popolo.

Quale augurio collettivo di emancipazione potrà mai essere più attuale?

Bibliografia:

- Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione, catalogo di mostra, Roma, Palazzo Bonaparte, 2025

- Patrizia Runfola, Mucha, Giunti, 2024

- Jiri Mucha, Alfons Mucha. L'artista e il suo tempo, Schena Editore, 2017

- Tomoko Sato, Mucha, Taschen, 2016

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