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Occhi da orientale: cosmesi e culto della bellezza nell’Antico Egitto

Aggiornamento: 19 gen


Nell’Antico Egitto bellezza, cura e igiene del corpo avevano un ruolo fondamentale.

La cosmesi aveva una valenza non solo curativa, ma anche spirituale e religiosa.

In origine infatti la preparazione dei cosmetici era appannaggio dei sacerdoti, poi divenuta prerogativa di una corporazione laica. Le abitazioni erano dotate di bagni e a corte esisteva addirittura la carica di “Capo della camera da bagno”.


Come scriveva lo storico Plinio, l’Egitto era il più grande produttore di unguenti e pomate, custodite in vasetti molto belli, realizzati in alabastro, faiёnce (la tipica maiolica turchese diffusa già in epoca Predinastica) o vetro, decorati con intarsi di pietre colorate a formare disegni geometrici.

I numerosi resti archeologici rinvenuti nelle sepolture testimoniano come alcune composizioni profumieristiche e cosmetiche costituissero una preziosa merce di scambio nei commerci con i paesi confinanti, come Sudan e Somalia. Dai vicini Fenici gli Egizi acquistavano il Terebinto, essenza dalla profumazione pregiata e ammaliante, mentre la fragranza più utilizzata era il Kyphi, incenso aromatico con proprietà calmanti, ottenuto con 16 ingredienti diversi e piante selvatiche, tra cui miele, vino, uva passa, resina, mirra, ginepro, cardamomo, canna.



Come ben sappiamo, il trucco degli occhi era fondamentale per gli Egizi, sia per gli uomini che per le donne, e non si trattava soltanto di una questione estetica, ma anche protettiva, date le particolari condizioni climatiche del territorio (eccesso di luce, tempeste di sabbia e vento) che potevano causare infezioni e bruciore.

I colori utilizzati erano due: il verde ricavato dalla malachite e il nero estratto dalla galena, minerale proveniente da Assuan, nell’Alto Egitto. Quest’ultimo, mescolato con grassi, resine e linfa di sicomoro, produceva il bistro, il moderno kajal, impiegato per tracciare con uno stilo una linea nera sulla palpebra, donando agli occhi uno sguardo magnetico e sensuale. Tale trucco aveva una valenza estetica e antibatterica, grazie alle proprietà del sicomoro, e per questo era usato soprattutto da donne e bambini.

Per mantenere la pelle morbida, idratata e luminosa era consuetudine stendere sul corpo una miscela di creme a base di natron (sostanza salina usata anche come insetticida per la pulizia del corpo, oltre che per il rituale di mummificazione dei defunti), alabastro, miele e sale marino. Per colorare corpo, unghie e labbra veniva invece usava l’ocra rossa diluita con grasso e resine.

Uno degli ingredienti più utilizzati nei trattamenti di bellezza era inoltre l’argilla, usata come maschera per purificare viso, corpo e capelli, favorendo l’eliminazione delle impurità.


Questo prevalente culto del bello non aveva però solo un’importanza estetica, come noi uomini del terzo millennio, ormai schiavi dell’immagine e della perfezione fisica, saremmo naturalmente portati a pensare. Per gli Egizi la pulizia e la cura della bellezza esteriore erano collegate alla purezza dello spirito, essendo il corpo per loro un luogo sacro, la “casa dell’anima immortale”, che, mantenendosi bella agli occhi degli dei, avrebbe dovuto garantire una vita migliore nell’Aldilà.

 

Bibliografia:

- A. Fassone, F. Facchetti, Bellezza nell'antico Egitto, Franco Cosimo Panini, 2019

- R. De Cesaris, Trucco e bellezza nell'antichità. I segreti del make up nell'antichità, Sillabe, 2019

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